Teatro Consorziale di Budrio

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09/12/2006

FINALE DI PARTITA di Samuel Beckett

Sabato 9 e domenica 10 dicembre (prevendita dal 5 dicembre).

Prosa
Il logo della prosa

Sabato 9 e domenica 10 dicembre (prevendita dal 5 dicembre)
Teatro degli Incamminati
FINALE DI PARTITA di Samuel Beckett
con Franco Branciaroli, Tommaso Cardarelli, Alessandro Albertini, Lucia Ragni
regia Franco Branciaroli
scenografia e costumi Margerita Palli
luci Gigi Saccomandi

 

«niente è più buffo dell'infelicità»
(Samuel Beckett)

Nel centenario della nascita di Samuel Beckett, Franco Branciaroli porta in scena – nella duplice veste di attore e regista - uno dei capolavori del drammaturgo irlandese: Finale di partita. Una grande prova d’attore e una messa in scena che punta al tragicomico e che dà evidenza plastica ad un mondo residuale, sospeso nel vuoto di ogni possibile significato, in cui l’uomo è prigioniero della propria invalidità esistenziale e comunicativa.

Quattro personaggi occupano la scena, Hamm, Clov, Nell e Nagg, tutti con delle deformazioni fisiche, come se fossero resti di uomini, con funzioni corporali e un'identità ormai persa. Hamm è il padre del figlio adottivo Clov ed è seduto su una sedia con ruote perché non può stare in piedi. E' anche il padrone del rifugio, dominando sempre il centro, perché ha la combinazione della dispensa, in cui si trova, si suppone, il cibo rimanente per mantenere tutti in vita.

Clov è il figlio-servitore di Hamm, che al contrario non può sedersi, esegue gli ordini del padre e continua ad andare avanti e indietro dalla cucina alla stanza dove si trovano Hamm, Nell e Nagg. Quest'ultimi sono i genitori di Hamm, ormai alla fine della loro esistenza, e vivono ognuno nel loro bidone della spazzatura. Hanno moncherini al posto delle gambe, che hanno perso un tempo in un incidente in tandem, «uscendo da Sedan».

Nei dialoghi di questi quattro personaggi il linguaggio si nega in continuazione denunciando l'impossibilità di comunicare e porta a mosse-azioni non finalizzate ad uno scopo. La pièce, che allude chiaramente al gioco degli scacchi, ritarda solamente la fine del gioco in un finale di partita, perso fin dall'inizio.
L’alienazione dell’uomo contemporaneo viene raccontata attraverso dialoghi scomposti e rimontati in modo da creare un effetto comico e tragico al tempo stesso.

Considerato un classico del teatro contemporaneo, Finale di partita è riconosciuto come il maggior lavoro teatrale di Beckett e uno dei più significativi di tutta la sua opera. L’occasione del centenario del grande scrittore irlandese, premio Nobel per la letteratura, coincide con la decisione di Franco Branciaroli di affrontare sulla scena un personaggio come quello di Hamm, di cui si possono ricordare le precedenti interpretazioni di Gianni Santuccio negli anni Ottanta e di Carlo Cecchi nel 1995.

Un appuntamento, quello di Branciaroli, che completa un itinerario di ricerca di alto profilo, che lo ha visto negli ultimi anni impegnato con successo in scelte di repertorio particolarmente complesse, a confronto con autori poco convenzionali, di forte intensità linguistica come Ruzante (La Moscheta 2001), di costruzione filosofica come Camus (Caligola 2003 e La Peste 2004), o di sofisticata elaborazione letteraria come Hoffmansthal (Edipo e la Sfinge 2004). L’incontro con il teatro di Samuel Beckett, apice tuttora insuperato e senza ritorno della produzione drammatica contemporanea, si carica di una particolare attesa, giungendo nel momento di grande maturità espressiva dell’attore. D’altro canto fu lo stesso Beckett a definire Finale di partita, in un’intervista rilasciata al Corriere della sera, un vero e proprio match teatrale per mattatori.

Della parola beckettiana Branciaroli mette in rilievo soprattutto la dimensione tragicomica che, particolarmente congeniale alla sua recitazione, perfettamente si attaglia a quella che è, per dichiarazione dello stesso Beckett, la battuta e la sintesi principale del testo: ovvero che niente è più buffo dell'infelicità. L’allestimento dello spettacolo, diretto, secondo le precisissime didascalie di Beckett, dallo stesso Branciaroli (“Non puoi fare la regia di Finale di partita – spiega Branciaroli - perché è già tutto scritto dall’autore. Perfino quanti minuti l’attore deve stare in silenzio”), punta proprio a dare risalto all’impossibilità del mondo-superstite di comunicare eppure alla sua condanna di continuare a produrre parole e rumore, quasi che il silenzio coincidesse con la morte. Chiuso ciascuno nella propria infermità (motoria, linguistica e visiva quella di Hamm, ancora motoria quella di Clov, addirittura pre-agonica quella dei due genitori ridotti a monconi dentro a due bidoni carichi solo di passato), lo spettacolo cerca dunque di dare risalto alle molte sfaccettature racchiuse dentro al testo dell’autore irlandese (spesso metateatrali o religiose, come di chi non aspetta più Godot ma vive tragicamente una grande nostalgia per il sacro), anche con sorprese, tocchi e accenti assolutamente originali che si rifanno ad una lettura profonda della scrittura di Beckett. Così è per la scelta di Franco Branciaroli di dare risalto all’ispirazione clownesca dei personaggi, tanto che lo stesso Hamm parla con l’accento francofono dell’ispettore Clouseau (era per altro intenzione di Beckett scritturare per quel ruolo Peter Sellers).

Parte integrante della regia sono la scena disegnata da Margherita Palli, che al vuoto esistenziale beckettiano dà concretezza materica sospendendo l’azione su un vuoto fisico, e le luci di Luigi Saccomandi che, totalmente allampanate e inverosimili, rendono sensibile la consistenza assolutamente antinaturale di ogni residua esistenza.

 Scrive Branciaroli nelle sue note di regia: «Paradossalmente, i testi di Beckett oggi non sono più assurdi: si sono avverati. Il mondo rappresentato è quanto resta dell’ultimo naufragio. Anche i personaggi in gioco sono dei resti alla deriva. Hamm è cieco e immobilizzato sulla sedia a rotelle, il padre e la madre vegetano inchiodati dentro due bidoni della spazzatura, dai quali emergono, se Clov alza il coperchio, con la sola testa. Clov può ancora camminare, ma senza potersi piegare né sedere. E anche questi mi paiono simboli della condizione umana, validi oggi. Il messaggio di Beckett sull’uomo è tragicamente vero, la sfida che mi sono proposto è farlo arrivare cercando di togliere peso alle parole. Non per togliere peso al tragico: anzi, per renderlo più efficace».

Franco Branciaroli si afferma da subito come uno dei talenti più originali interpretando nel '70 Toller di Dorst per la regia di Chereau. Ha lavorato con Aldo Trionfo, Carmelo Bene, al cinema con Michelangelo Antonioni e Tinto Brass, e a lungo con Testori, mettendo in scena i testi dell'autore milanese con la compagnia degli Incamminati da lui fondata. Ma è con Luca Ronconi che ha raggiunto sorprendenti livelli di interpretazione.