estratto
«Intelligente, vorticoso e spaesante, curioso e ironico il mondo di parole in cui rapsodi trascina lo spettatore. Nei loro spettacoli straordinario appare il lavoro sulla parola, considerata davvero come un oggetto, e come tale rigirata, stiracchiata, compressa, capovolta, separata brutalmente dal suo significato consueto per esser dotata di altri, diversi, inaspettati. Parola che talvolta se ne va per il teatro come puro suono, acchiappando un’allusione qui, un’analogia là, un’associazione mnemonica […].
(Idolina Landolfi, in «le monde diplomatique» de «Il manifesto»)
«A me sarebbe bastata anche una riga, per convincermi: è la riga che dice “Ho visto celibi pieni di nubili”. Sembra facile il gioco di parole: più è bello, più facile sembra e meno facile è. […]. A volte si pensa a Bergonzoni, altre a Flaiano. Ma «Ho visto celibi pieni di nubili» chi avrebbe potuto dirlo? Il gioco di parole è perfetto, nel suo piccolo, è impersonale e senza tempo […]».
(Stefano Bartezzaghi, in «Lessico e nuvole» de «La Repubblica»)
«[…]Una corsa irresistibile con rimandi ai giochi perfetti di Campanile, alle invenzioni di Qeneau, all' ardimento di Bergonzoni, tanto per dare un'idea del territorio colto e intelligente in cui questo spettacolo si colloca. Non soltanto parole e gesti in esplosivi contrasti, ma anche proiezioni, musiche, rumori, per un puzzle di microcostruzioni drammaturgiche dell'impossibile[…]».
(Giulio Baffi, in «La Repubblica di Napoli»)